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mercoledì, Dicembre 7, 2022

Interferenti endocrini: mix di veleni

Intervista al Dott. Alessandro Aliverti*

  • Ricognizione sulle sostanze chimiche nocive alla salute. 
  • Quali sono le più comuni e da dove provengono 

Dottor Aliverti, una equipe di scienziati italiani ha pubblicato su Science uno studio finanziato dalla Commissione Europea sulle sostanze chimiche definite interferenti endocrini: bisfenoli, ftalati, PFAS e molte altre.
Ora, degli PFAS l’opinione pubblica aveva già sentito parlare per il disastro ambientale che ha inquinato i fiumi del vicentino e non solo, ma il resto? Da chi e perché vengono usate queste sostanze in maniera massiccia? 

Gli PFAS sono un amplissimo gruppo di sostanze sintetiche che trova vaste applicazioni in svariati campi tecnologici. Come la produzione di teflon (compreso quello usato in pentole antiaderenti), di schiume ignifughe, di lubrificanti, vernici e pitture, nell’impermeabilizzazione di tessuti, ecc.  

Tra i bisfenoli ci sono esempi di antisettici ampiamente impiegati anche in dentifrici, saponi e detergenti, per il trattamento degli imballaggi per uso alimentare. Così come di componenti usati nella produzione di materie plastiche molto diffuse come i policarbonati.  

Analogamente, gli ftalati trovano impiego principalmente come sostanze plastificanti e additivi che migliorano le caratteristiche di polimeri come il PVC, materiale plastico diffusissimo.  

Si tratta di sostanze caratterizzate dall’essere chimicamente inerti, molto stabili e con bassi profili di tossicità. Proprietà che hanno contribuito a favorirne la diffusione nel corso del tempo.  

Allo stesso tempo la bassa tossicità e il basso impatto ambientale hanno ostacolato la messa a fuoco dei possibili rischi associati ad alcune di queste sostanze. Un caso emblematico è quello dei clorofluorocarburi, composti simili agli PFAS, usati per decenni come refrigeranti prima che ne fosse riconosciuto l’impatto sull’ozonosfera. Anche l’utilità di queste sostanze rende difficile la sostituzione di quelle di cui vengono alla luce potenziali rischi per la salute e l’ambiente.  

La pervasività del loro uso li rende contaminanti ambientali diffusi, presenti in piccole quantità anche nei cibi e nelle acque. Gli organismi di sorveglianza, come l’EFSA dell’Unione Europea, fissano per la loro presenza dei limiti soglia, al di sotto dei quali i prodotti possono essere ritenuti sicuri. Per esempio, il limite attuale per il triclosan nei cibi è di 5 parti per milione. Questi limiti sono periodicamente rivalutati. 

Queste sostanze come possono “penetrare” nel delicato sistema umano? Quali sono i rischi appurati per la salute esposta a queste sostanze? 

La via principale è quella alimentare. Fermo restando che i livelli di tossicità dei composti in questione sono comunque molto bassi, il principale rischio associato emerso recentemente è quello di interferire con il sistema endocrino. 

Qual è la particolarità di questo studio recente? Non credo si fosse all’oscuro della presenza nell’ambiente di queste sostanze rischiosissime. 

“Rischiosissimo” è un termine eccessivamente allarmante. Diciamo piuttosto che si tratta di sostanze “subdole”. Dato che la debole azione biologica associata all’esposizione cronica a basse dosi, può incrementare il rischio di effetti avversi a lungo termine. Gli effetti nocivi di molte di queste sostanze sono noti da tempo. La particolarità e novità dello studio è che per la prima volta esamina l’effetto combinato dell’esposizione a più sostanze appartenenti a queste categorie. 

Quali pericoli per la salute umana 

Cosa si intende per effetto combinato, lo studio fornisce dati e numeri? 

In termini semplici, per effetto combinato si intende che il risultato dell’esposizione di più sostanze è la somma dell’effetto di ciascuna di esse. Da un punto di vista pratico – e questa è la conclusione centrale dello studio – significa che anche nel caso non venga superata la soglia di pericolosità di alcuna delle singole sostanze cui si è esposti, per via del loro effetto combinato, sono comunque possibili effetti avversi.

Lo studio in questione ha considerato la correlazione tra il ritardo nella comparsa del linguaggio nel bambino e l’esposizione delle madri durante la gravidanza a un gruppo di sostanze appartenenti alle categorie in questione. L’età di comparsa del linguaggio è stata scelta come indicatore dello sviluppo neurologico. 

Stabilita una soglia di pericolosità combinata per l’insieme delle sostanze considerate, utilizzando modelli sperimentali sia in vitro che in vivo, i ricercatori hanno valutato che questa soglia risultava superata dal 54% delle donne esaminate. I figli delle donne più esposte, rispetto ai figli di quelle meno esposte, presentavano un rischio di ritardo nella comparsa del linguaggio circa tre volte superiore. 

Ho letto che l’equipe di Milano ha anche effettuato test su organoidi cerebrali. Di cosa si tratta? Quali risultati si sono ottenuti? 

Gli organoidi sono uno dei più recenti conseguimenti delle biotecnologie basate su cellule staminali. Sono agglomerati tridimensionali di cellule di diverso tipo che rappresentano efficaci modelli in vitro di organi. Sono stati usati per studiare l’impatto sul cervello di una miscela di composti simile a quella a cui risultavano esposte le donne gravide esaminate

Ci sarà sempre una medicina per difendersi, una pratica sana per prevenire, giusto? Secondo lei, quali azioni seguiranno dopo la pubblicazione dei dati di questo studio? 

Lo studio raccomanda che gli enti e strutture deputati alla valutazione del rischio associato a composti chimici adottino strategie che oltre a considerare singole sostanze valutino anche loro miscele. 

*Professore Associato di Biochimica presso l’Università degli Studi di Milano,
Coordinatore del Corso di Laurea Magistrale in Biologia Applicata alle Scienze della Nutrizione

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