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mercoledì, Dicembre 7, 2022

Adolescenza

Un passaggio di vita tormentato

Tracce di un discorso pubblico, molto articolato, sul tema dell’adolescenza tenuto dal Dottor Giovanni Varrasi

  • Adolescenza
  • Identità
  • Ascolto attivo
  • Amore

Parole & Significati

Le PAROLE non vanno considerate espressioni piatte, a una sola dimensione, ma piuttosto come dei contenitori, dove le esperienze degli uomini e della Storia depositano e stratificano significati. Per questo, per ogni termine, la ricerca dell’etimo, in diverse occasioni, produce sorprese. È il caso della parola adolescenza, nella quale troviamo ben tre significati, distinti e degni di interesse.

Adolescente, in latino “adolescere”, significa:

  1. CRESCERE,
  2. Ad-oleo significa anche ALIMENTARSI,
  3. Doleo comprende il significato di DOLERSI.

Tre diverse radici della parola adolescenza, che accomunano il crescere, l’alimentarsi, il dolersi. Parafrasando l’Antico Testamento potremo dire: crescerai, incontrerai varie opportunità di cui ti ciberai, ma questo procedere, in ogni caso, avverrà con dolore.

Passaggio tormentato

L’adolescenza è il PASSAGGIO TORMENTATO dall’infanzia all’età adulta. Per gli antichi Romani, era un’età compresa tra i 13 e i 25 anni. Oggi, forse, questo lasso di tempo si è allungato.

Da bambini, l’universo delle esperienze e dei significati del vissuto è incardinato, semplificando, intorno al bisogno di cure e di amore, e dentro un’ottica autoreferenziale, egocentrica. L’Ego, nucleo principale dell’identità, trova senso nella soddisfazione di questi due ambiti (bisogno di cure ed egoismo).

Da adulti, prevale invece il realismo, il senso del limite, una certa dose di consapevolezza, il riconoscimento dell’Altro. L’adolescenza è un salto nel vuoto tra questi due assetti diversi.

Identità a strati

A questo punto, brevemente, è opportuno accennare alla nostra identità, che risente del complicato incontro con gli Altri, non è unitaria e compatta, ma costituita da strati diversi e zone mentali con caratteristiche non omogenee.

Alcune zone della mente -utilizzo parabole evangeliche ed esperienze psicoanalitiche- sono feconde e fruttuose, altre piuttosto desertiche e improduttive. Qualcosa ci riesce bene con poco sforzo, in altre situazioni invece dobbiamo mettere in campo impegno e fatica, con risultati incerti. E poi, a un certo piano della mente, saremo amorosi e idealisti e a un altro, egoisti e arrabbiati.

La condizione umana, pur nelle varie stagioni della vita, nell’infanzia, nell’adolescenza, nella stagione adulta, nella senilità, presenta comunque aspetti in comune: speranze, fecondità, difficoltà, dolore, bisogni.

Sapendo questo, i nostri incontri umani, anche se abbiamo età diverse, saranno sempre “tra pari”.

Vuoto e delusioni dell’Ego

Una delle caratteristiche specifiche dell’adolescenza è quella di sperimentare e riconoscere il VUOTO mentale. Questa emozione inquietante è dovuta a fattori interni ed esterni. Nel mondo interno via via perdiamo le fantasie onnipotenti dell’infanzia, che ci riempiono nell’illusione e nel gioco. Anche l’egocentrismo, che pure permane anche in questa fase della vita, ha caratteristiche più tormentate e incerte degli anni precedenti.

All’esterno, in contemporanea, cominciano le esperienze di frustrazione identitaria, di laceranti abbandoni affettivi (delusioni da amici o persone care); emerge una nuova consapevolezza, realistica, di sé, del proprio insoddisfacente potere sociale e delle impegnative e complicate opportunità di studio e di lavoro.

L’istanza mentale principale, che troneggia sin dalla nascita ma si stabilizza nella seconda infanzia, si chiama Ego. Per lui il vuoto e il pieno sono indicatori decisivi per produrre senso, per qualificare i significati del proprio vissuto. Per l’Io, durante tutta la vita, le esperienze che forniscono sensazioni di riempimento, di sazietà e di piacere sono buone, quelle che hanno a che fare con il vuoto, con la fame, con la mancanza, possono trasformarsi in dolore morale, in frustrazione e rabbia.

Questa seconda esperienza ha per l’Io un sapore e un significato spiacevole e va “sputata” (ovvero rimossa, dimenticata o deformata). Nell’infanzia questo è possibile, almeno in parte. Da adolescenti non funziona più. Il dolore e la frustrazione fanno parte dell’esperienza. Da adulti poi, è il pensiero che ci permette una lettura più ampia e profonda di quanto ci capita, non subito reattiva.

È chiaro, nell’uso dei termini, il collegamento tra le precoci esperienze gustative, somatiche, sensoriali, e le successive esperienze mentali e relazionali, simbolicamente collegate alle prime. Questo nesso ci permette di formulare ipotesi sulla genesi dei disturbi alimentari e avviare delle cure efficaci non solo farmacologiche.

Crescendo, la mente passa dal principio del piacere come regolatore supremo dei valori e dei significati, al principio di realtà. Dobbiamo ammettere che questo passaggio, difficile e inevitabile, non si compie mai del tutto e non vige in ogni circostanza.

Accoglimento e Amore

La risposta al vuoto, da ascoltare dietro i proclami ideali o ideologici o i silenzi pieni di ostinazione e dolore degli adolescenti, è l’ASCOLTO e l’ACCOGLIMENTO. Nel fitto bosco della relazione, nel silenzio non interrotto dal chiacchiericcio improduttivo, si animano piccole presenze che vanno illuminate dall’attenzione, pur con cautela, con prudenza.

Queste presenze sono la PAURA, la RABBIA, il bisogno di dare e ricevere AMORE , la ricerca di senso a livello soggettivo, gruppale, e poi comunitario, su cui costruire la propria identità specifica.

L’ascolto ricettivo, partecipato, ha una notevole CAPACITÀ TRASFORMATIVA dei materiali mentali solitari, riducendo la loro carica di inquietudine e aumentando, nella persona accolta, la speranza di capire e agire per il meglio.

Consigli pratici

Dentro questa cornice parzialmente teorica, vorrei suggerire alcuni consigli pratici per venire in rapporto con il vuoto degli adolescenti:

  1. Ascolto RICETTIVO (attivo, accogliente, faticoso, calmo, mai seduttivo, eccitato o annoiato),
  2. RISPETTO  (la parola latina “ re-spicio “significa guardare indietro, fermarsi, valutare con calma, senza gettarsi in avanti nelle perentorietà dei consigli e nel gusto di riferire proprie esperienze passate)
  3. CURIOSITÀ  ( dalla radice latina “cura”, ovvero sollecitudine verso),
  4. IDENTIFICAZIONE (mettersi nei panni dell’interlocutore), una delle funzioni mentali più sorprendenti e utili che madre natura ci ha fornito, antidoto a SEMPLIFICAZIONI rabbiose, stranianti, ESPULSIVE, in certi casi violente.

Questa attitudine, presente in ognuno di noi, va riconosciuta, esercitata e sviluppata, e riesce meglio nelle persone che non hanno tagliato il loro “filo privato” tra il ricordo della propria infanzia e dell’adolescenza e l’età adulta.

Rete strappata

In conclusione, per raffigurarci meglio l’assetto cognitivo e la disposizione all’ascolto di cui parlo, possiamo utilizzare come modello le idee di Giulio Gioriello contenute nel suo saggio “La mente come rete strappata”: una teorizzazione in cui la psiche è rappresentata da fili robusti e resistenti ma esili, non esaustivi, poi  i nodi, aggregati di funzioni, di esperienze fatte, di libri letti, e infine il vuoto, che non diventa angoscia o impotenza, ma, al contrario, capacità di ascolto, ricettività, curiosità, senso del limite. Gioriello si spinge oltre, sostiene che una parte della rete è strappata (da ignoranze, incompletezze e traumi di ogni genere, concettuali o private).

Dobbiamo fare i conti, dunque, nel procedere dell’esistenza, con questi STRUMENTI esili e manchevoli. Sono pur loro a illuminarci la strada.

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