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sabato, Ottobre 1, 2022

Un dono di nome Omar 

Dietro al suo anagramma una storia di salvezza e condanna

Omar significa vivere lungamente ma, questo, Omar non l’ha mai saputo.

Non sapeva nemmeno che quella notte stava per morire troppo presto, al largo di un’isola dell’arcipelago siciliano, quando si ritrovò scaraventato in mare. Non aveva ancora tre anni, Omar, e dovette lottare con le onde che uccisero numerosi suoi connazionali, compresi i suoi genitori. 

Lui fu ritrovato nudo e infreddolito sulla spiaggia, molto distante da dove furono rinvenuti gli altri. Dormiva semisepolto nella sabbia, come una tartarughina addormentata. 

Come abbia fatto a sfuggire alla violenza degli scafisti e a quella del mare non è dato sapere. È certo che Omar pareva nato dall’acqua e che l’acqua fosse la sua vera casa e nuotava con la stessa gioia dei delfini in amore. 

Lo trovarono un mattino un uomo e una donna.

Una strana coppia di loschi massaggiatori che, dopo quintali di carte bollate, lo ottennero prima in affidamento poi in adozione. 

I due, determinati a superare le competenze di massaggiatori per raggiungere la categoria dei santoni, vivevano isolati in prossimità degli scogli, laddove è vietato costruire. Ma la coppia, per conoscenze altolocate e un potere di ricatto senza pari, riuscì a costruirvi un’abitazione miserabile dalla quale operava contrabbandando poteri misteriosi. 

Ricevevano i loro clienti solo a notte fonda, per essere coadiuvati dai fantasmi evocati dai sibili del vento e dal frangersi delle onde contro la scogliera. 

Brutta casa la loro, soprattutto all’interno.

Un eccesso di panni rossi, di animali imbalsamati quali la civetta e il gufo, mescolate a ritratti della vergine e di padre Pio, a busti di Budda e di Mussolini a croste di cattivo gusto che inquadravano corna, zampe di lepre e di volpe, mentre ai quattro angoli olezzavano robuste collane d’aglio intrecciate.  

Quella abitazione orrenda era frequentata nella penombra da persone insospettabili che compievano pratiche ridicole, nella convinzione che i due potessero avere potere sulla vita e sulla morte, sull’amore e sul dolore, sulla malattia e sulla salute. 

La loro fama, che si era diffusa e continuava a rimanere sommersa come un fiume carsico.

Se l’erano costruita sapientemente e ignobilmente pronosticando guarigioni e morte con la complicità di un infermiere disonesto il quale, lautamente ricompensato, faceva loro consultare le cartelle cliniche dell’ospedale oncologico che non era lontano dalla loro abitazione. 

All’indomani, l’uomo telefonava al paziente di turno dicendo di volerlo incontrare; se la risposta fosse stata affermativa, si sarebbe presentato a casa sua o in ospedale con un mazzo di fiori, raccontando di averlo visto in sogno e promettendo la diagnosi esatta e la guarigione certa. Chiedeva poi il permesso di poter fare una verifica, semplicemente massaggiando e auscultandogli le piante dei piedi. 

Distribuiva a piene mani certificati di vita e di morte, gioendo con i primi e piangendo con i secondi, non senza illuderli promettendo loro che se si fossero recati presso di lui, sarebbero guariti. 

La fama si sparse: “ci sono tra noi creature ultrasensibili, capaci di svelare i misteri, in grado di penetrare il regno dei morti e i segreti della salute, leggendo le piante dei piedi…”. 

La notte era tutta un brulichio di persone, incamminate verso quella catapecchia. Disperati per malattia, affari, amore, che cercavano sollievo pur vergognandosene un pochino. Non era raro entrassero in quel tugurio mascherati. 

I due figuri sapevano bene di non possedere alcun potere ultraterreno, ma nel trattare i disperati sapevano come rendersi credibili. Capaci di essere alla volta empatici, solidali, grandi ascoltatori anche se i pazienti erano per entrambi solo materiale inerte per la loro storia, anzi per il loro conto corrente. 

Esseri ignobili che, anche davanti alla disperazione più nera erano capaci di simulare commozione, partecipazione, solidarietà ma, mentre fingevano di piangere, calcolavano tempi e modi per mungere i malcapitati di turno. 

Qualcuno scopriva ogni tanto il marcio che si celava dietro la loro apparenza solidale, ma presto si accorgeva che una denuncia avrebbe significato mettere a repentaglio la propria stessa vita e la propria reputazione. 

L’indifferenza di questa coppia criminale verso l’intero genere umano era radicale, universale. Somigliava a quella delle iene e dei condor che attendono la morte di qualunque essere vivente per poterlo profanare, dilaniare e divorarlo sino all’ultima fibra. 

Quel fresco mattino di luglio in cui raccolsero il piccolo fagotto, Omar, sfinito, sulla sabbia. Lo portarono a casa che ancora dormiva, nel breve tragitto fecero calcoli e piani su quanto avrebbe fatto loro guadagnare quel bambino miracolato. Lo raccolsero come fosse un’ombrina appena pescata,  

Pensarono a una giovane baronessa sterile che tanto avrebbe voluto adottare un bambino…non sarebbe stato difficile collocarlo. 

Arrivati a casa lo immersero nel catino senza che riuscisse a svegliarsi. Dormiva, non faceva altro che dormire, il piccolo tesoro, per tre giorni e tre notti; mentre dormiva succhiava latte di capra, tiepido. 

Il quarto giorno, all’alba, Omar aprì gli occhi mentre la coppia di imbroglioni, appena alzatasi dal letto, lo stava guardando. Il bambino, pelle immacolata e opaca da mulatto, occhi dolcissimi e grandi color cognac, dentini bianchissimi, labbra pronunciate moderatamente, li osservò per un’istante facendo roteare gli occhi da destra a sinistra con inusitata grazia, per poi sciogliersi in un sorriso che avrebbe illuminato la notte; li fissò entrambi e disse: “Mamma, Papà”. 

Accadde l’incredibile. Quei due figuri avari e cinici, improvvisamente, come per incanto, sentirono nell’anima, contemporaneamente, un flusso caldo di tenerezza e d’amore. Un meraviglioso trasporto, un intenso, gioioso, bisogno di darsi a quell’esserino indifeso, sorridente, mite. 

Quel bambino che quando li vedeva batteva le mani, afferrava le sponde della vecchia culla di vimini e la scuoteva festoso… I suoi occhi, ecco: furono quegli occhietti a struggere il loro cuore. 

Quel batuffolo d’ebano, di carne arrivata in un barcone di disperati, salvato dalle acque dal Dio dell’impossibile, gettato loro tra le braccia come lievito d’amore, aveva infranto l’involucro di pietra sviluppatosi intorno al cuore. Guariti? Guariti dalla loro miserevole cupidigia senza scrupoli? No. Non del tutto. Solo nei confronti di Omar. Per il resto rimase tutto invariato, ogni sotterfugio, ogni rapina, ogni disprezzo. Anzi, ora la famiglia si era allargata e occorreva provvedere al futuro di Omar e gli scrupoli, se mai ce ne fossero stati, si dileguarono come un’ombra fugace. 

Il loro grande amore era come quello dei lupi e delle iene che amano i loro cuccioli anche a rischio della vita. Accadde quello che accade a tanti, laddove l’amore, è, in fondo, un sentimento narciso e animale. 

Passarono quindici anni durante i quali Omar crebbe buono, generoso, convinto di avere a che fare con degli eroi benefattori.

Festeggiò il suoi diciottesimo circondato da amici su una famosa terrazza, in tempi di Covid, in una festa clandestina da mille e una notte. 

Era convinto che il Covid fosse una forte influenza amplificata per motivi di potere e credette di prevenirlo con un intruglio che i suoi vendevano illegalmente. 

I “genitori adottivi” si erano fatti vaccinare clandestinamente ma non potevano coinvolgerlo, per timore scoprisse la loro doppia vita e il patrimonio immenso, lievitato a dismisura anche grazie alla vendita degli intrugli antiCovid-19. 

Per amore di Omar e per timore della legge avevano deciso di trasferirsi in continente e limitarsi a esercitare solamente la pratica dei massaggi, per la quale possedevano diplomi regolari. Il Covid-19 sarebbe stato l’ultimo affare losco, proprio l’ultimo. L’amore animale verso Omar, solo quello, li aveva convinti a cambiare vita, città, nazione. 

Ma non fecero in tempo; proprio la mattina dopo la festa, si svegliarono con chiari sintomi da contagio: erano stati colpiti tutti e tre, ma solo Omar in forma pesante: avvertiva forti dolori ai muscoli, la gola infiammata, scariche di diarrea, mal di testa, perdita del gusto e dell’olfatto. 

Sulle prime dettero la colpa agli eccessi della sera prima, poi si resero conto che avevano contratto il virus. 

Omar chiese alla madre di somministrargli uno degli intrugli che vendeva, ma la coppia decise di portarlo all’ospedale. Omar non capiva. Per nulla spaventato, ripeteva a memoria i pensieri ottimistici con i quali era stato educato. Poi nulla poté più fare o ricordare, arrivò un’ambulanza preceduta dalla polizia. Qualche genitore alla vista dei figli infettati alla festa aveva denunciato l’assembramento illegale. 

Un maresciallo dei carabinieri, molto autoritario, spinse Omar nell’ambulanza e i due santoni la videro sparire avvolta dalla polvere di terra battuta. Temevano di non rivedere mai più quel figlio meraviglioso, quel dono insperato d’amore, che le onde della vita aveva loro gettato tra le braccia. 

E mai più lo videro. Il ragazzo sabotò le cure, in coerenza con quanto aveva appreso, e morì solo, come tanti suoi amici, assassinato da due ladroni di lui innamorati, colpiti dai loro stessi sortilegi. Avevano ricevuto gratuitamente le chiavi del paradiso e le avevano perdute, vittime dei loro stessi incantesimi. 

Alcuni pescatori che all’alba passavano nei pressi della loro abitazione per raggiungere le barche li videro piangere guardando il mare. 

Dello stesso autore leggi anche: “Giuvà focu a ra cura”

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APPROFONDIMENTO SURolando Rizzo
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