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giovedì, Agosto 11, 2022

Migrazioni e cambiamento climatico 

Il prof. De Lellis ci spiega il fenomeno che si manifesterà entro pochi anni 

Lo studio sul modello Bangladesh 

Professor De Lellis, lei e la sua equipe di ricerca avete pubblicato uno studio dal titolo: “Modeling Human Migration Under Environmental Change: A Case Study of the Effect of Sea Level Rise in Bangladesh”. 

Di cosa si tratta e perché sviluppare un modello delle migrazioni umane partendo dal Bangladesh? 

«La conformazione geografica e la demografia del Bangladesh, con più del 40% della popolazione che vive ad altitudini inferiori ai 10 metri, rendono questa nazione particolarmente soggetta alle conseguenze dell’innalzamento del livello dei mari. Vaste sue aree potrebbero essere inondate, o rese invivibili dall’intrusione delle acque salate nel terreno, con seri problemi per le coltivazioni.  

In questo contesto potenzialmente drammatico, è essenziale comprendere le conseguenze del cambiamento climatico in termini di flussi di migrazioni. Predire i possibili scenari futuri è fondamentale per individuare le aree più vulnerabili che subirebbero le conseguenze più severe. 

In tal modo le nazioni e gli organismi sovranazionali potranno prepararsi per le sfide che ci attendono, e governare al meglio i fenomeni migratori indotti dai cambiamenti climatici.  

Così come accade per gli eventi metereologici estremi, i modelli matematici di migrazione possono aiutare a prevedere e prevenire catastrofi». 

Effetti cascata 

Leggendo lo studio ci si imbatte in quelli che voi chiamate “effetti a cascata”. Di che si tratta? 

«L’effetto immediato delle inondazioni è lo spostamento delle popolazioni nei distretti vicini. Tuttavia, ciò induce anche un effetto a cascata. Per cui gli abitanti delle regioni ospitanti tendono a loro volta a spostarsi, in quanto vedono il proprio tenore di vita minacciato da una possibile sovrappopolazione.

In conseguenza di ciò, in aggiunta alle 816.000 persone che vedranno la propria casa allagarsi entro il 2050, prevediamo che all’incirca altre 500mila decideranno o saranno costrette a spostarsi per questi effetti a cascata». 

I dati che voi proponete sono verificabili da un punto di vista matematico, impossibile negarli. «I dati sui territori che saranno inondati entro il 2050, che utilizziamo per effettuare le nostre previsioni, sono basati sulle proiezioni dell’Intergovernmental Panel on Climate Change.

Il cambiamento climatico è un dato di fatto. E in aggiunta agli sforzi per rallentarne e invertirne il corso, è fondamentale comprenderne le conseguenze per mitigarle il più possibile.  

Questo è uno degli aspetti dove la ricerca scientifica può fornire un importante contributo». 

Quante persone, nel mondo, possono identificarsi nel modello Bangladesh? 

«Purtroppo, più di quante si possa immaginare!  

Si stima che in tutto il mondo più di 600 milioni vivano in regioni costali. Dunque sono potenzialmente a rischio migrazioni a causa dell’innalzamento dei mari dovuto al cambiamento climatico.  

Ad esempio, la costa occidentale dell’Africa è ad alto rischio. Con la città di Saint-Luis nel nord del Senegal, già attualmente soggetta a inondazioni che hanno costretto l’abbandono di scuole. L’intrusione delle acque salate sta lasciando segni profondi sull’agricoltura, danneggiando l’economia locale. Comprendere le conseguenze globali di tali fenomeni, per ora ancora locali, è dunque di estrema importanza». 

Interesse politico 

Avete riscontrato o anche solo percepito l’interesse dei governi ai dati di questo vostro modello? 

«Stiamo riscontrando notevole interesse intorno a queste tematiche. Nel novembre scorso sono stato a Berlino per partecipare a un evento organizzato dall’International Organization for Migration delle Nazioni Unite. Hanno contribuito, tra gli altri, rappresentanti della Commissione Europea e della World Health Organization.

E ho respirato un diffuso consenso sull’urgenza di una raccolta dati integrata. E che siacoerente con lo sviluppo di metodi matematici che consentano di governare il fenomeno. Proprio in questa direzione, insieme con Maurizio Porfiri della New York University, coautore dello studio, ed Emanuele Caroppo, dell’ASL Roma 2, stiamo portando avanti una proposta progettuale. Proposta incentrata sull’Italia, che per la sua posizione strategica nel mediterraneo rappresenta una delle mete principali dei flussi migratori dall’Africa centro-settentrionale.  

Lo scopo del progetto è quello di fornire metodi quantitativi alle istituzioni che governano i fenomeni migratori, a partire dai comuni. In tal modo, sarà possibile individuare per tempo eventuali vulnerabilità nei processi di accoglienza e gestione del fenomeno, e prendere le opportune contromisure.

Siamo molto contenti della risposta che abbiamo sinora ricevuto. A partire da quella del Comune di Napoli, dove il Sindaco Gaetano Manfredi e l’Assessore all’Urbanistica Laura Lieto, colleghi della Federico II, hanno espresso l’intenzione della città di Napoli di partecipare attivamente al progetto.

Tra gli altri soggetti che hanno espresso interesse ci sono l’ANCI Sicilia, molto sensibile dato che l’isola è in prima linea per l’accoglienza ai migranti, e il Dipartimento di Salute mentale dell’ASL Roma 2, da sempre attento alla salute mentale dei migranti». 

Umanità migrante 

Commenterebbe are questa sua dichiarazione? La migrazione ha molte fonti – disastri ambientali, tensioni politiche – ma alla fine dobbiamo usare la scienza per fornire strumenti utili ai decisori. 

«Come la triste vicenda ucraina ci ha drammaticamente ricordato, l’essere umano è continuamente in migrazione. Sia per sfuggire a eventi drammatici quali guerre, cambiamenti climatici e disastri naturali, sia per ricercare migliori condizioni di vita e opportunità di lavoro. I flussi migratori, dunque, ci sono sempre stati e sempre ci saranno.  

Il dovere principale delle istituzioni è quello di governare al meglio questo fenomeno. A tale scopo è essenziale fondare le decisioni su dati oggettivi e strumenti matematici in grado di fornire stime accurate delle migrazioni aggiuntive dovute al cambiamento climatico.  

A titolo esemplificativo, se si riuscisse a prevedere per tempo che un’area urbana sarà soggetta a un notevole incremento demografico per effetto delle migrazioni climatiche, si potrebbe intervenire su infrastrutture ed alloggi per incrementarne la resilienza e garantirne la tenuta economico-sociale». 

Per lo studio completo clicca QUI.

Guarda il video su Bollettino clima, Intervista al Prof. Riccardo Valentini, scienziato, ex membro dell’Intergovernmental Panel On Climate Change.

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