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lunedì, Febbraio 6, 2023

Si scrive Alzheimer, ma non ricordo bene 

La sfida di una ricercatrice: provare a capire il cervello

Vita & Salute WEB incontra la neuroscienziata Maria Teresa Ferretti, esperta di Alzheimer e medicina di genere, divulgatrice scientifica e TEDx speaker.  

Co-fondatrice e direttrice scientifica di ‘Women’s Brain Project’.  

Oltre ad aver pubblicato i suoi lavori di ricerca su prestigiose riviste scientifiche internazionali, la Dottoressa Ferretti è autrice di Una bambina senza testa scritto insieme alla neuroscienziata Antonella Santuccione Chadha e, ancora più recente è il suo ‘Alzheimer Revolution’

Sfida 

Dottoressa, tra le tante patologie possibili perché si è dedicata proprio a quella che riguarda l’Alzheimer? 

«L’Alzheimer è una sfida per me. Da giovane laureanda mi sembrava che l’unico modo per capire il cervello fosse studiarlo quando si ‘rompe’. L’Alzheimer era, all’inizio della mia carriera scientifica, una porta sulle neuroscienze e sulla nostra stessa anima, un modo per capire come funziona la memoria e il nostro io. Quando poi ho cominciato a studiarlo mi sono appassionata -tante domande ancora aperte, ma anche tante opportunità di scoperte entusiasmanti in un campo che, proprio mentre svolgevo il mio dottorato, stava esplodendo di novità tecnologiche, come racconto nel libro Alzheimer Revolution.  

La sensazione di poter dare un contributo tangibile, di essere parte di un’onda grande nella comunità scientifica, non mi ha mai abbandonata. Ma la cosa più importante che mi ha legata indissolubilmente all’Alzheimer e ha cementato la mia passione è stato l’incontro con persone che vivono con la malattia e i loro familiari.  

La loro dignità, le loro lotte, le loro richieste, anche di tantissime donne, mi hanno profondamente segnata, e dato un nuovo senso alla sfida – che è diventata una vera e propria missione».  

Malattia dei vecchi 

Ma l’Alzheimer è una malattia inevitabile, da vecchi… come reagisce a tale cinica semplificazione? 

«È una semplificazione che sento spesso e con cui mi confronto giornalmente. Certo, da una parte, come neuroscienziata, ogni fibra del mio corpo si oppone e vuole strillare ‘No! non è così!’. Ho scritto Alzheimer Revolution proprio per spiegare al grande pubblico (e anche ad alcuni dottori) che la scienza ha ormai chiarito questo aspetto, in maniera definitiva. La demenza, fra cui quella di tipo Alzheimer, è sempre segno di una malattia. Se è vero che capita più spesso fra le persone anziane, non è assolutamente una componente dell’invecchiamento naturale.  

Quando si presenta è sempre parte di una malattia che andrebbe diagnosticata e curata. Purtroppo, però, i pazienti e le loro famiglie la accettano spesso come ineluttabile, perché anche avendo una diagnosi, l’impressione è che non ci sia poi molto che si possa fare. Da scienziata cerco di spiegare che anche questo non è vero, che c’è tanto che si può fare in teoria, dallo stile di vita agli studi clinici e persino ai nuovi farmaci che, come annunciato qualche settimana fa, iniziano ad arrivare. Io capisco bene questo senso di frustrazione e vorrei poter aiutare dando un messaggio di speranza dal mondo della scienza. La scienza ha fatto grandi passi avanti. Ma bisogna che venga adottata e supportata dalla politica e trasformata in opportunità vere per tutti». 

Alzheimer Revolution 

Lei ha da poco pubblicato un libro in inglese (tradotto anche in italiano): Alzheimer Revolution. Se dovesse scrivere per noi una recensione allargata, quali parole sceglierebbe? Perché dovrei leggerlo? 

«Il libro è un compagno per tutti, un tascabile piccolo e che si legge tutto d’un fiato, scritto con semplicità e tanto entusiasmo, per spiegare cosa abbiamo scoperto sull’Alzheimer negli ultimi 15 anni e perché ci sono tanti motivi per essere ottimisti.  

La rivoluzione di cui parlo è prima di tutto quella dei ricercatori come me, quindi scienza e risultati come biomarcatori, genetica e farmaci. Ma il libro parla anche della rivoluzione della medicina personalizzata che mette il paziente e la famiglia al centro.  

Anche considerando le differenze fra uomini e donne (un tema che mi è caro e su cui si basa l’organizzazione non profit Women’s Brain Project che ho cofondato; questa si chiama medicina di genere e la considero un esempio di medicina di precisione e di come questa potrà aiutare pazienti e familiari, in futuro. Infine, il libro chiude con la previsione di una più grossa rivoluzione in campo medico, quella che ci vede tutti coinvolti, in quanto ‘cittadini’ della nostra salute. Non più quindi passivi fruitori di un sistema sanitario che aspetta i sintomi per intervenire, ma attori informati e impegnati ogni giorno nella protezione della propria salute, anche quella del cervello». 

Speranze 

Ci sono speranze di poter sconfiggere questa degenerazione terribile? 

«Io credo di sì.  Dobbiamo intenderci: il processo neurodegenerativo che si osserva nei cervelli delle persone con un Alzheimer avanzato è purtroppo difficilissimo da bloccare. Ma la speranza che abbiamo, ed è una speranza concreta adesso, parliamo del prossimo futuro, è di poter intervenire nelle fasi precoci della malattia. Qui, grazie alla diagnosi tempestiva, possiamo rallentare il processo patologico e bloccarlo nelle sue primissime fasi.  

Il mio auspicio per il futuro più lontano è che, con combinazioni di farmaci o trattamenti, si riesca anche a promuovere la rigenerazione del cervello, parlando quindi di una vera e propria cura». 

Stile di vita e rivoluzione 

Chi ne è affetto e a chi ha in casa una persona cara con tale disturbo può sentirsi in qualche modo incoraggiato dagli studi recenti? 

«Assolutamente sì! Se c’è un messaggio che vorrei arrivasse al lettore è che ore e ore di studi, migliaia di scienziati sparsi per il mondo, centinaia di lavori scientifici e conferenze – tutto questo lavoro, spesso finanziato coi soldi pubblici, è servito e le soluzioni iniziano ad arrivare. Prima di tutto gli studi recenti ci dicono che l’Alzheimer si può prevenire agendo sullo stile di vita – e anche nei malati o nelle persone con rischio genetico. 

Ci sono 12 fattori di rischio che se tenuti sotto controllo aiutano a rallentare o evitare i sintomi.  

C’è la possibilità di una diagnosi precoce, che, come detto, è cruciale per poter bloccare la malattia sul nascere. E poi ci sono numerose classi di trattamenti, farmacologici e no, che stiamo testando e che iniziano a dare dei risultati promettenti.

Gli anticorpi monoclonali contro il peptide beta amiloide sono quelli in fase di sviluppo più avanzata e, se approvati dagli enti regolatori, potrebbero diventare disponibili al pubblico l’anno prossimo. Una vera rivoluzione». 

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