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giovedì, Giugno 30, 2022

Quando l’EGO si mette al centro

Tutto parte da un post inoltrato centinaia di volte e raccolto dalla rete sulla bacheca del mio social preferito.

È una citazione, come si legge a margine, di Emir Sader, sociologo e politologo brasiliano, fin qui, per noi, sconosciuto..

Lo inoltro a un amico personale e apprezzato contributore di Vita&Salute web, al Dottor Giovanni Varrasi con il quale, a quattro mani abbiamo anche pubblicato un libro (Camminare non è follia, ADV…).

«Gianni, ciao.

Stamattina leggevo un passo del Vangelo nel quale Pietro, l’apostolo impulsivo, risponde a una domanda sull’identità del Salvagente dicendo: Tu sei il Cristo (con l’articolo determinativo).

Poi il Salvagente prende parola e elenca tutta la sofferenza che connoterà il suo ministero.

E Pietro lo sgrida (oh, nota bene: lo sgrida).

Il Cristo secondo Pietro deve essere potente, forte, deve comandare… come se, rimproverano il Salvagente, l’apostolo descrivesse le sue ambizioni reali o le sue reali ambizioni.

Poi mi è arrivato questo post, corredato da questa citazione e ho pensato a te, ancora una volta e alle tue competenze sull’animo umano.

È vero che la nostra rivista multimediale si occupa di salute, ma esiste una malattia più devastante dell’Ego malato? Me lo chiedo, te lo chiedo.

Ecco la risposta:

«Caro,

le riflessioni intorno all’Ego e al suo fratello maggiore “Sé”, sono le principali di questo periodo della mia vita. L’Ego è una strana, ambigua, centrale, struttura dell’identità. È un salvatore quando si erge, da ragazzi, contro paure, incertezze, confusioni, dipendenze parentali.

Lui ti dice: “Ci penso io”. Ti tutela dai pericoli, segue il principio del piacere, comincia a fare, con impegno e qualche soddisfazione, l’inevitabile slalom sociale.

La società mette i voti al tuo io, a scuola, tra le ragazze, tra gli amici. Se prendi un buon voto sei contento, e pure contenti sono i genitori e tutto il parentado.

“Questo ragazzo se la cava bene”, dicono sorridendosi compiaciuti.

Ma poi il salvatore si fa tiranno. Decide lui cosa è giusto e sbagliato, rivendica i propri successi, si fa prepotente e perentorio (in qualche caso cinico e mellifluo).

In questo modo ti priva del meglio della vita, della ricchezza degli altri (l’amicizia, la solidarietà), della meraviglia per la natura, estranea e sorella, della poesia concreta della spiritualità, persino dell’Amore (provato da te e riconosciuto come proveniente da Altri) che è l’energia più straordinaria dell’Universo e conferisce senso a ogni esistenza.

E quindi sei fregato, povero, disperato, anche se hai raggiunto l’apice della carriera o del potere.

Il Cristianesimo è un messaggio formidabile contro la prepotenza dell’Io.

Eppure, tu sai benissimo quanto si annidi, oltre che dentro di noi, anche nelle figure più eminenti dei cosiddetti seguaci di Cristo (vedi le pagine meravigliose di Dostoevskij nel “Grande Inquisitore”, capitolo dei “Fratelli Karamazov”).

È inevitabile? Si, secondo me è inevitabile. Perché siamo stati costruiti così.

E allora diventa importante, decisivo, Il PERCORSO, l’emancipazione difficile, privata, da questo “destino egocentrico”.

All’Io bisogna parlargli con il suo stesso linguaggio: “Caro Io, questo universo onnipotente, egocentrico, accumulatore che tu sventoli come una bandiera, è una sciocchezza solenne …ti fa soffrire per conquistarlo, sgomitando e lottando e poi, quando ce l’hai, devi combattere strenuamente per difenderlo da altri che te lo vogliono prendere…e poi, caro fratello Ego, diventi più brutto, deformato, anche se fai tanta ginnastica e frequenti centri di bellezza.

Per oggi basta così, potrei scrivere un libro sull’argomento. Aggiungo solo che la motivazione principale a diventare psichiatra e psicoterapeuta è stata quella della curiosità e del conoscere che cosa ci fosse mai nella mente degli uomini, delle donne, dei bambini, dei gruppi. L’Ego mi ha aiutato molto in questa ricerca, essendo arzillo e vivace, ma non è stato mai per me un vero dittatore.

La risposta è senza dubbio alcuno rotonda e tiene, ma, credo, ci sia a monte (nell’affermazione del sociologo brasiliano) un vizio.

Sul quotidiano Il Foglio, il 25 febbraio 2022, nella rubrica “Cattivi Scienziati”, il Dottor Enrico Bucci, parlando di altro, ha aperto una finestra istruttiva sulla questione. Lo ha fatto raccontando una storia di guerra, eccola.

La Guerra di Gombe

La guerra di Gombe, si è combattuta tra il 1974 e il 1978, in Tanzania.

Due piccoli gruppi, appartenenti una volta alla stessa tribù: il gruppo di Kasakela, e gli scissionisti Kahama, combattono tra loro.

I Kahama, costituiti da 9 adulti (6 maschi e 3 femmine) e la loro prole, fronteggiano i Kasakela, una volta la loro stessa tribù, rimasti in 8 maschi, 12 femmine e la loro prole.

Una guerra fratricida fatta di imboscate, uccisioni raccapriccianti, catture, finte tregue e imboscate. Nessun riguardo per la prole, le madri di famiglia, la parentela, nulla, nessuna pietà.

I Kasakela prevalgono, alla fine. Annientati gli scissionisti, ne occupano il territorio annettendolo al proprio; ma, così facendo, arrivano a contatto con un’altra tribù, quella dei Kalande, più forte e numerosa rispetto alla loro. Si continua a combattere ma questa volta i Kasakela soccombono e sono costretti a cedere la maggior parte dei nuovi territori appena conquistati.

Una volta tornati a nord, nei loro territori originari, i Kasakela si trovarono davanti alcuni esploratori che si erano spinti nel loro territorio d’origine, provenienti dalla tribù dei Mitumba, anch’essa più forte e numerosa di loro. La guerra, alla fine, termina improvvisamente come era iniziata: i morti e le ridefinizioni dei confini che il conflitto ha provocato in quattro anni di sangue si sono rivelati vani, e nessuna tribù ne ha giovato, anzi, tutti si sono più poveri e con le ossa rotte.

È Jane Goodall a raccontare la vicenda, testimone diretta, la quale scrive:

«Spesso, quando mi svegliavo di notte, mi venivano in mente immagini orribili: Satana che metteva la mano a coppa sotto il mento di Sniff per bere il sangue che sgorgava da una grande ferita sul suo viso; il vecchio Rodolf, di solito così benevolo, in piedi per scagliare un peso di quattro libbre contro il corpo prostrato di Godi; Jomeo che strappa una striscia di pelle dalla coscia di De; Figan, che carica e colpisce, ancora e ancora, il corpo tramortito e tremante di Goliath, uno dei suoi eroi d’infanzia».

La storia di guerra fin qui ricostruita e testimoniata da Jane Goodall, non è stata combattuta da esseri umani, ma da scimpanzé.

Il post dal quale è partita tutta la nostra analisi non tiene.
Anche le scimmie sono egoiste e violente, come noi sapiens sapiens.

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